Couverture de Integrazione o ReImmigrazione

Integrazione o ReImmigrazione

Integrazione o ReImmigrazione

De : Fabio Loscerbo
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🎙️ Integrazione o ReImmigrazione: il Podcast

Idee, diritto e politiche per un nuovo paradigma europeo sull’immigrazione.

Descrizione:
“Integrazione o ReImmigrazione” è il podcast ufficiale del progetto ReImmigrazione, un quadro di riforma istituzionale e di analisi giuridica ideato dall’avvocato e lobbista europeo Fabio Loscerbo (Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36).
Ogni episodio approfondisce le dimensioni giuridiche, sociali e politiche dell’immigrazione e dell’integrazione, partendo da un principio chiaro: chi si integra resta, chi non si integra torna. Attraverso analisi normative, casi reali e riflessioni istituzionali, il podcast esplora come i sistemi europei possano evolvere verso un modello che colleghi l’immigrazione all’integrazione, alla responsabilità e ai valori comuni.
Uno spazio di confronto e consapevolezza per un’Europa capace di accogliere, integrare e proteggere la propria identità.

🌐 Maggiori informazioni su www.reimmigrazione.comwww.reimmigrazione.com
Politique et gouvernement Sciences politiques Sciences sociales
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    Épisodes
    • L’articolo 18-ter dello Schema di Disegno di Legge recante “Disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e a
      Feb 15 2026
      L’articolo 18-ter dello Schema di Disegno di Legge recante “Disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e asilo”: automatismo quinquennale o verifica sostanziale dell’integrazione? Un raffronto con il sistema vigente ex articolo 19 del Testo Unico Immigrazione Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo e oggi affrontiamo un passaggio decisivo per il futuro della protezione complementare in Italia: il confronto tra il sistema vigente, costruito attorno all’articolo 19 del decreto legislativo 286 del 1998, e la disciplina contenuta nell’articolo 18-ter dello Schema di Disegno di Legge recante “Disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e asilo”. La questione non è meramente tecnica. È una questione di impostazione culturale e costituzionale. Stiamo passando da un modello fondato sul giudizio comparativo, individualizzato e sostanziale, a una norma che sembra introdurre una presunzione legata al decorso del tempo. Partiamo dal diritto vivente. Una recente sentenza del Tribunale ordinario di Bologna, Sezione specializzata in materia di immigrazione, iscritta al ruolo generale 17820 del 2024 e decisa il 5 dicembre 2025, chiarisce in modo netto che la protezione complementare – oggi formalmente qualificata nel nuovo testo come tale, ma già presente nella sostanza attraverso la protezione speciale – trova il suo fondamento nell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il Collegio ribadisce un principio fondamentale: il diritto alla tutela nasce quando l’allontanamento determinerebbe una violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare. Il parametro non è il mero decorso del tempo. Il parametro è l’effettività del radicamento. Stabilità lavorativa, autonomia abitativa, rete relazionale, assenza di pericolosità, continuità del soggiorno valutata in chiave comparativa rispetto alla situazione nel Paese di origine. Il sistema vigente è dunque strutturalmente sostanziale. Il tempo è un indice, non è mai stato un automatismo. Ed è qui che si innesta il problema dell’articolo 18-ter del nuovo Schema di Disegno di Legge. Il comma primo stabilisce che, decorso un periodo di soggiorno regolare di almeno cinque anni, i requisiti sono ritenuti sussistenti, fatta salva la prova contraria, in assenza di determinate carenze linguistiche, abitative o reddituali. La formulazione appare costruita su una presunzione. Dopo cinque anni, l’integrazione si considera raggiunta, salvo elementi contrari. Il rischio è duplice. Da un lato, si introduce un automatismo in positivo: trascorso il quinquennio, la protezione complementare diventa la regola, salvo prova negativa. Questo contrasta con la logica sostanziale dell’integrazione quale percorso verificabile e non quale effetto del mero trascorrere del tempo. Dall’altro lato, si potrebbe leggere la norma in senso restrittivo, ritenendo che prima dei cinque anni la protezione non sia concedibile, salvo casi eccezionali. Una simile interpretazione comprimerebbe il perimetro applicativo dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e del principio di proporzionalità. Il diritto vivente, invece, è dinamico. La sentenza richiamata dimostra che la protezione può essere riconosciuta anche prima del quinquennio, purché l’integrazione sia effettiva e tale da rendere sproporzionato lo sradicamento. Non è il tempo in sé a fondare la tutela, ma la qualità del radicamento. Ed è qui che entra in gioco il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Se vogliamo essere coerenti, l’articolo 18-ter dovrebbe essere riformulato in senso inverso rispetto all’impianto presuntivo attuale. Non un automatismo dopo cinque anni, ma un termine entro il quale verificare il raggiungimento dei requisiti sostanziali di integrazione. In concreto, la norma potrebbe stabilire che entro cinque anni di soggiorno regolare lo straniero deve dimostrare il possesso cumulativo di requisiti chiari e verificabili: conoscenza linguistica almeno livello B1, disponibilità di alloggio conforme, stabilità lavorativa o adeguata capacità reddituale, assenza di pericolosità sociale, effettività dei legami familiari e sociali. Se tali requisiti non sono raggiunti entro il termine, la protezione complementare non può essere riconosciuta e si attiva il percorso di reimmigrazione, salvo impedimenti derivanti da obblighi internazionali inderogabili, come il divieto di refoulement. Una simile impostazione avrebbe tre vantaggi sistemici. Eliminerebbe l’ambiguità dell’automatismo temporale.Renderebbe il testo normativo coerente con il diritto vivente consolidato sull’articolo 19 del Testo Unico Immigrazione.E darebbe attuazione concreta al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: la permanenza stabile non deriverebbe dal semplice trascorrere del tempo, ma dall...
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      6 min
    • L’article 18-ter du projet de loi italien d’application du Pacte européen sur la migration et l’asile : automatisme après cinq ans ou vérita
      Feb 15 2026
      L’article 18-ter du projet de loi italien d’application du Pacte européen sur la migration et l’asile : automatisme après cinq ans ou véritable intégration ? Bienvenue dans un nouvel épisode du podcast « Intégration ou ReImmigration ».Je suis Maître Fabio Loscerbo et aujourd’hui je souhaite expliquer, à un public français, une question juridique qui concerne l’Italie mais qui touche, en réalité, l’ensemble de l’espace européen. Nous parlons de l’article 18-ter du Schéma de projet de loi italien portant « Dispositions pour la mise en œuvre du Pacte de l’Union européenne sur la migration et l’asile ». Cette disposition régit ce que le texte appelle désormais la « protection complémentaire ». Pour comprendre l’enjeu, il faut partir du système actuellement en vigueur en Italie. Aujourd’hui, la protection – que l’on qualifie en pratique de complémentaire – repose sur l’article 19 du texte unique sur l’immigration de 1998. La logique est celle d’un contrôle de proportionnalité fondé sur l’article 8 de la Convention européenne des droits de l’homme. Les juridictions examinent concrètement si l’éloignement porterait une atteinte disproportionnée à la vie privée et familiale de la personne concernée. Une décision récente du Tribunal ordinaire de Bologne, section spécialisée en matière d’immigration, inscrite au rôle général numéro 17820 de l’année 2024 et rendue le 5 décembre 2025, a rappelé un principe essentiel : la protection n’est pas liée au simple écoulement du temps. Elle dépend de l’effectivité de l’intégration. Les juges prennent en considération des éléments précis : stabilité professionnelle, autonomie en matière de logement, insertion sociale, durée du séjour analysée de manière comparative avec la situation dans le pays d’origine, absence de dangerosité. Le temps n’est qu’un indice parmi d’autres. Il ne crée pas un droit automatique. Nous sommes donc face à un modèle substantiel et individualisé. Or, l’article 18-ter du nouveau projet de loi introduit une formulation différente. Il prévoit qu’après cinq années de séjour régulier, les conditions d’intégration sont réputées remplies, sauf preuve contraire. Autrement dit, passé ce délai, l’intégration serait présumée, sauf si l’administration démontre l’existence de carences linguistiques, professionnelles ou résidentielles. Cette rédaction soulève une ambiguïté importante. D’un côté, elle peut instaurer un automatisme positif : après cinq ans, la protection deviendrait en quelque sorte la règle, sauf démonstration contraire. On passerait ainsi d’un modèle fondé sur l’évaluation concrète à une logique temporelle. De l’autre côté, une interprétation restrictive pourrait conduire à considérer qu’avant cinq ans, la protection ne serait en principe pas accessible, ce qui entrerait en tension avec l’article 8 de la Convention européenne des droits de l’homme, qui exige toujours une appréciation individualisée et proportionnée. En France, le débat n’est pas étranger à ces problématiques. On connaît l’importance du contrôle de proportionnalité, notamment en matière d’éloignement, lorsque la vie privée et familiale est en jeu. La question est similaire : la durée du séjour peut-elle, à elle seule, fonder un droit au maintien sur le territoire ? La réponse du droit européen est claire : non. Ce qui compte, c’est la réalité des liens et le caractère disproportionné de l’éloignement. C’est dans cette perspective que s’inscrit le paradigme que je défends : « Intégration ou ReImmigration ». L’intégration ne doit pas être un effet passif du temps. Elle doit être une obligation juridique vérifiable. Connaissance linguistique réelle, insertion professionnelle stable, logement adéquat, absence de condamnations graves, participation effective à la société d’accueil. Dans cette logique, le délai de cinq ans ne devrait pas créer une présomption automatique. Il devrait constituer un cadre temporel à l’intérieur duquel la personne doit démontrer qu’elle remplit ces critères objectifs. À défaut, et en l’absence d’obstacles liés aux obligations internationales impératives, un processus ordonné de retour devrait être engagé. Une telle approche permettrait d’articuler trois exigences : le respect des droits fondamentaux garantis par la Convention européenne, la sécurité juridique et la responsabilité en matière de politique migratoire. La protection complémentaire ne doit pas devenir une régularisation différée fondée uniquement sur la durée de présence. Elle doit être la reconnaissance juridique d’une intégration réussie et effective. L’Italie, à travers l’article 18-ter, se trouve aujourd’hui à un carrefour. Soit elle consolide le modèle substantiel déjà affirmé par sa jurisprudence,...
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      5 min
    • El artículo 18-ter del Proyecto de Ley italiano para la aplicación del Pacto Europeo de Migración y Asilo: ¿automatismo tras cinco años o ve
      Feb 15 2026
      El artículo 18-ter del Proyecto de Ley italiano para la aplicación del Pacto Europeo de Migración y Asilo: ¿automatismo tras cinco años o verdadera integración? Bienvenidos a un nuevo episodio del podcast “Integración o ReInmigración”.Soy el abogado Fabio Loscerbo y hoy quiero explicar, al público español, una cuestión jurídica que se está debatiendo en Italia, pero que en realidad afecta a todo el espacio europeo. Hablamos del artículo 18-ter del Proyecto de Ley italiano que contiene las “Disposiciones para la aplicación del Pacto de la Unión Europea sobre Migración y Asilo”. Esta norma regula lo que el texto denomina “protección complementaria”, es decir, una forma de permiso de residencia que se concede cuando la expulsión vulneraría derechos fundamentales, en particular el derecho a la vida privada y familiar reconocido en el artículo 8 del Convenio Europeo de Derechos Humanos. Para entender el debate, es necesario partir del sistema vigente en Italia. Actualmente, la protección —que en la práctica se corresponde con la protección complementaria— se basa en el artículo 19 del Texto Único de Inmigración de 1998. La lógica es la de un juicio de proporcionalidad. Los tribunales analizan caso por caso si la expulsión supondría una injerencia desproporcionada en la vida privada y familiar de la persona. Una reciente sentencia del Tribunal ordinario de Bolonia, Sección especializada en materia de inmigración, inscrita en el registro general número 17820 del año 2024 y dictada el 5 de diciembre de 2025, ha reafirmado un principio fundamental: la protección no nace por el simple paso del tiempo, sino por la existencia de una integración real y efectiva. Los jueces valoran elementos concretos: estabilidad laboral, vivienda adecuada, vínculos sociales y familiares, duración del arraigo, ausencia de peligrosidad social. El tiempo es un factor relevante, pero no crea automáticamente un derecho. Nos encontramos, por tanto, ante un modelo sustancial y personalizado. Sin embargo, el artículo 18-ter del nuevo Proyecto de Ley introduce una formulación distinta. Establece que, tras cinco años de residencia regular, los requisitos de integración se consideran cumplidos, salvo prueba en contrario. Es decir, transcurrido ese plazo, la integración se presume, salvo que existan carencias lingüísticas, económicas o habitacionales. Esta redacción plantea un problema jurídico importante. Por un lado, puede generar un automatismo positivo: después de cinco años, la protección complementaria se convertiría en la regla general, salvo que la Administración demuestre lo contrario. Se pasaría de un modelo basado en la evaluación concreta a un modelo basado en el transcurso del tiempo. Por otro lado, también podría interpretarse en sentido restrictivo, sugiriendo que antes de cinco años no sería posible obtener la protección, lo cual entraría en tensión con el artículo 8 del Convenio Europeo de Derechos Humanos, que exige siempre un examen individualizado y proporcional. Para el público español, esta cuestión resulta familiar. En España también existe la figura del arraigo y la importancia de la integración efectiva para consolidar la residencia. La pregunta es similar: ¿es el tiempo el elemento determinante o lo es la integración real en la sociedad? El derecho europeo no protege la mera permanencia. Protege frente a una expulsión desproporcionada cuando existe un verdadero arraigo. Aquí es donde encaja el paradigma que propongo: “Integración o ReInmigración”. La integración no debe ser un efecto pasivo del tiempo. Debe ser una obligación jurídica verificable. Conocimiento suficiente del idioma, inserción laboral estable, vivienda adecuada, ausencia de antecedentes relevantes, participación real en la sociedad de acogida. Desde esta perspectiva, el plazo de cinco años no debería funcionar como una presunción automática de integración, sino como un período dentro del cual la persona debe demostrar que cumple esos requisitos. Si no los alcanza, y siempre respetando las obligaciones internacionales inderogables, debería activarse un proceso ordenado de retorno. Este enfoque tendría coherencia sistemática. Evitaría convertir la protección complementaria en una regularización diferida basada únicamente en la duración del estancia. Y reforzaría la idea de que la permanencia estable es el resultado de la integración efectiva, no del simple paso del tiempo. La protección complementaria puede ser el eje de una política migratoria responsable y respetuosa con los derechos fundamentales. Pero solo si se mantiene vinculada a la realidad del arraigo y no a una presunción temporal automática. Italia se encuentra ahora ante una decisión legislativa relevante. Y el debate, en realidad, no es solo italiano: es europeo. Gracias por escuchar este episodio.Soy el abogado Fabio Loscerbo y este ha sido un nuevo capítulo de “...
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