18 febbraio 2022. Mancano sei giorni all’invasione russa su larga scala dell’Ucraina.
Nel video partiamo da una domanda semplice: perché proprio il 18 febbraio diventa una data chiave? Perché è il giorno in cui compaiono due elementi insieme: una “storia” pronta per i media e un’impennata improvvisa del fuoco sul fronte, registrata da un osservatore internazionale.
Prima parte: il contesto. Spieghiamo in modo chiaro cosa sono le autoproclamate “Repubbliche Popolari” di Donetsk e Luhansk: entità separatiste nate nel 2014 nei territori occupati, sostenute da Mosca e centrali nella strategia russa nel Donbas. Da anni lì esiste una linea di contatto con scontri intermittenti e un cessate il fuoco fragile.
Seconda parte: l’annuncio. Il 18 febbraio i leader separatisti annunciano un’evacuazione di massa verso la Russia. Il messaggio è preciso: “i civili sono in pericolo perché l’Ucraina starebbe per attaccare”. Nel video descriviamo cosa significa questa scelta comunicativa: non è un semplice avviso logistico, è una dichiarazione pubblica che costruisce una cornice narrativa: “noi stiamo salvando persone”, “l’altro è l’aggressore”, “dobbiamo intervenire”.
Terza parte: i numeri OSCE. Qui il video diventa molto concreto. Mostriamo che in quei giorni l’OSCE (Special Monitoring Mission) registra un aumento netto e rapidissimo delle violazioni del cessate il fuoco. Inseriamo i dati in sequenza per far vedere la salita:
- 15 febbraio 2022: Donetsk 24 violazioni (5 esplosioni), Luhansk 129 (71 esplosioni)
- 17 febbraio 2022: Donetsk 222 (135 esplosioni), Luhansk 648 (519 esplosioni)
- 18 febbraio 2022: Donetsk 591 (553 esplosioni), Luhansk 975 (860 esplosioni)
Totale del 18 febbraio: 1.566 violazioni in 24 ore tra le due regioni.
Quarta parte: cosa significano quei numeri, senza forzare. Precisiamo una cosa importante: l’OSCE conta e descrive, ma non attribuisce formalmente la colpa a una parte. Però nei report ci sono dettagli utili: direzioni dei colpi, eventi classificati come “incoming”, “outgoing”, “impacts”, e una concentrazione in aree specifiche lungo la linea del fronte. Nel video spieghiamo che, in una fase così tesa, una crescita così verticale del fuoco è esattamente il tipo di scenario che può essere usato per dire: “vedete? la situazione è fuori controllo”.
Quinta parte: la sequenza che porta al 24 febbraio. Colleghiamo il 18 febbraio a ciò che succede subito dopo: il 21 febbraio Putin riconosce formalmente le entità separatiste, e il 24 febbraio inizia l’invasione su larga scala. Il video evidenzia come evacuazioni + escalation sul fronte funzionino insieme: una parte “umanitaria” da mostrare e una parte “militare” da usare come giustificazione.
Sesta parte: la domanda finale che lasciamo allo spettatore. Se davvero l’Ucraina stava preparando un’offensiva, dov’è la prova di un movimento offensivo equivalente? E soprattutto: in quei giorni, chi aveva già posizionato attorno all’Ucraina la massa di forze necessaria per trasformare un’escalation locale in una guerra totale? Ricordiamo che stime occidentali parlavano già di 150.000–190.000 militari russi in posizione attorno all’Ucraina tra Russia, Crimea e Bielorussia.
Chiudiamo chiarendo il punto del video: il 18 febbraio non è ancora il giorno dell’invasione, ma è uno dei giorni in cui vediamo prendere forma il “pretesto”: una narrativa di emergenza civile accompagnata da un improvviso aumento della violenza registrata da osservatori internazionali. È il passaggio in cui la guerra viene resa “raccontabile” prima ancora che venga scatenata.
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