Épisodes

  • Scout Motors e il ritorno dell'icona americana.
    Feb 20 2026
    Il 24 ottobre 2024, davanti a una folla di tremila persone riunite nelle colline fuori Nashville, un fuoristrada si è acceso nel buio.Nessun lancio di app. Nessuna keynote illuminata da proiettori freddi. Solo il rombo di un motore — o meglio, il silenzio di un motore elettrico — e la sagoma di qualcosa che molti in quella folla conoscevano senza averlo mai guidato. Erano passati esattamente quarantaquattro anni dall’ultimo Scout uscito dalla catena di montaggio. Quarantaquattro anni è una vita intera. Ma quella notte a Nashville sembrava un mattino.Le icone non tornano perché il mercato le richiede. Tornano perché il tempo le rende di nuovo necessarie. E c’è una differenza profonda tra le due cose.Non si tratta di nostalgia. Si tratta di necessità.Il mercato chiede trend. La necessità chiede verità. E Scout, in questo momento storico preciso — nell’era dei veicoli autonomi, dei cruscotti touch-screen, del lusso digitale — rappresenta qualcosa di radicalmente diverso: la memoria di un’America che sapeva cosa voleva, dove andava, e come arrivarci con le proprie mani.Scout non era un’automobile. Era una postura.Nel 1960, International Harvester — azienda nata nel 1902 dalla fusione di cinque produttori di macchinari agricoli con il sostegno finanziario di J.P. Morgan — decise di costruire qualcosa di completamente diverso dai trattori e dai camion da lavoro che aveva prodotto per decenni. Il risultato fu il primo Scout: un veicolo a quattro ruote motrici compatto, utilitario, pensato per chi viveva lontano dall’asfalto e aveva bisogno di un mezzo che non si arrendesse mai.Era l’America di frontiera, rielaborata per l’era del dopoguerra. Non il lusso californiano, non la corsa spaziale, non Madison Avenue. Era il Mid-West, le Blue Ridge Mountains, i canyon dell’Arizona. Era il posto dove la distanza tra due punti non si misurava in chilometri ma in ore di silenzio.Scout conquistò una fedeltà rara — quella che non si ottiene con la pubblicità, ma con l’esperienza diretta. Nel 1977, il pilota Jerry Boone vinse la leggendaria Baja 1000 su un Scout, con due ore di vantaggio sul Jeep avversario. L’anno successivo, vinse ancora. In quegli anni, Scout non era un prodotto aspirazionale per chi sognava l’avventura dal divano. Era il mezzo scelto da chi l’avventura la praticava sul serio.Scout non era un modo di spostarsi. Era un modo di stare al mondo.Poi arrivò il 1980. La crisi petrolifera aveva cambiato i parametri del mercato, e International Harvester stava affrontando difficoltà finanziarie che la porteranno, nel 1985, a cedere il settore dei veicoli pesanti a Navistar. La produzione di Scout si fermò. Nessun grande annuncio, nessuna cerimonia di addio. Semplicemente, un giorno smisero di costruirli.Ma un marchio che ha costruito identità autentica non scompare davvero. Entra in ibernazione. Aspetta. E aspetta il momento in cui il mondo torni ad avere bisogno di ciò che rappresentava.Volkswagen ha acquisito il marchio Scout nel 2021. Una scelta che, in prima lettura, sembra paradossale.Un gruppo automobilistico tedesco che resuscita il simbolo dell’autarchia americana. Ma la logica è più sottile di quanto appaia. Volkswagen non ha comprato Scout per fare un SUV elettrico di più. Ha comprato Scout perché Scout era, ed è, qualcosa che Volkswagen non potrà mai costruire da zero: una storia vera. Una cicatrice sul paesaggio americano. Un nome che qualcuno ha tatuato sul braccio.Il CEO Scott Keogh — americano, con un passato in Audi e Volkswagen of America — ha costruito attorno a quel nome un team di ingegneri e designer con radici nell’off-road. Non è stata una scelta estetica, è stata una scelta di metodo. Il risultato, presentato quella sera fuori Nashville, sono due veicoli: il Terra, pickup, e il Traveler, SUV. Body-on-frame, assale rigido posteriore, differenziali bloccati, capacità di traino fino a 4.500 chili. Non è un compromesso tra heritage e funzionalità. È entrambe le cose, senza mediazione.Ma c’è un dettaglio che racconta il momento culturale meglio di qualsiasi analisi di mercato. Scout nasce come progetto full electric. Eppure, quando sono state aperte le prenotazioni — la sera stessa della presentazione — oltre l’80% dei 130.000 ordini è andato alla versione Harvester: il powertrain ibrido con range extender a benzina che garantisce oltre 800 chilometri di autonomia. Scout ha chiamato questo powertrain «Harvester», come un omaggio alle origini. Il mercato ha risposto scegliendo la versione che porta il nome del passato.Nell’era dell’intelligenza artificiale, l’analogico diventa aspirazionale. Scout lo sapeva prima di tutti.Non è un fallimento del progetto elettrico. È qualcosa di più interessante: è la conferma che l’icona ha una propria memoria, e questa memoria resiste persino alla tecnologia. Le persone che hanno prenotato uno Scout non stavano comprando un veicolo. Stavano comprando una ...
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  • Hemingway: Una Vita Offshore.
    Feb 6 2026
    Sono le cinque del mattino e Key West dorme la sbronza della notte prima, ma al molo Pilar ha già i motori accesi e puzza di gasolio caldo. Hemingway sale a bordo con le mani ancora sporche d’inchiostro, ha scritto fino alle tre, poi è crollato quattro ore su una branda che sa di muffa e adesso è qui, scalzo sulla coperta che scotta già, mentre Gregorio Fuentes sistema le lenze grosse, quelle per i marlin che ti spezzano la schiena se non stai attento. Nessuno ha detto dove vanno, non serve: si va dove porta la corrente, verso Cuba o verso il nulla, l’importante è andare.Questa è la vita offshore, non una metafora, non un vezzo da scrittore, ma una scelta fisica, quotidiana, che ti incide nelle mani e ti cambia il modo di respirare. Quando vivi così non hai più un indirizzo fisso nella testa, hai solo il punto dove sei adesso e quello dove forse sarai domani, se il mare lo permette.Pilar Non È una Barca, È una DichiarazioneTrentotto piedi di Wheeler comprati a Miami nel ’34 con i soldi di un romanzo, e subito portati a Key West perché Miami puzzava troppo di cemento e di gente che fa finta. Pilar è spartana, funzionale, onesta – due motori, una fighting chair che ti distrugge la schiena, mulinelli che sembrano artiglieria, e nient’altro. Niente teak da oliare, niente ottone da lucidare. Se non serve a pescare o a navigare, non sale a bordo.Le mani di Fuentes sanno sempre di pesce e di sale secco, ha la pelle bruciata dal sole caraibico e quando parla lo fa a metà tra lo spagnolo e un inglese storpiato che Hemingway capisce meglio di quanto capisca le chiacchiere dei salotti letterari di New York. Insieme pescano al largo delle Marquesas Keys, a ovest di Key West, dove i marlin sono bestie da trecento libbre che quando abboccano trasformano la barca in un ring da combattimento – sei ore di lotta, muscoli che bruciano, mani sanguinanti avvolte negli stracci, e alla fine magari vinci tu o magari vincono gli squali che arrivano a decine appena sentono l’odore del sangue nell’acqua.Quando non pesca, Hemingway punta la prua verso Cojímar, sulla costa nord di Cuba, a est de L’Avana, dove c’è la sua Finca Vigía che lo aspetta con le persiane chiuse e il silenzio che serve per scrivere. Novanta miglia di traversata, sei ore se la corrente è buona, dieci se devi combattere il vento, e nel mezzo ci sei solo tu, i motori che ringhiano e l’acqua che cambia colore quando entri nel Gulf Stream – da verde torbido a blu cobalto, così netto che sembra che qualcuno abbia tracciato una linea. Lì dentro succede tutto: Il Vecchio e il Mare non è un libro inventato, è una cosa che Hemingway ha visto accadere cento volte, a Fuentes, a sé stesso, a tutti quelli che vanno per marlin e tornano con uno scheletro legato al fianco della barca mentre gli squali ancora girano intorno aspettando.Key West-Cuba: Il Corridoio Dove Tutto CambiaA Key West la vita è rumore, alcol, risse allo Sloppy Joe’s dove il rum costa niente e le chiacchiere ancora meno. Hemingway ci sta, ride, beve, fa a pugni con chi gli sta antipatico, ma è tutta scena, tutta facciata—quello che conta succede quando salpa, quando Pilar lascia il molo e Key West diventa un puntino alle spalle. Sei ore dopo sei a Cuba e tutto è diverso: l’aria è più densa, la luce più calda, il silenzio più vero. A L’Avana c’è un altro tipo di caos, più antico, più onesto, ma Hemingway non ci sta molto, va dritto a Cojímar, al villaggio di pescatori dove nessuno gli rompe i coglioni e dove può scrivere fino a che le dita non gli fanno male.Storie come questa sono il cuore di Yacht Lounge. Se apprezzi questo tipo di narrazione, unisciti ai nostri 3.800 lettori attivi per ricevere ogni settimana approfondimenti che non troverai altrove.Ma quello che conta davvero è la traversata, quelle sei-dieci ore in mezzo al Gulf Stream dove non sei né americano né cubano, né scrittore né pescatore, sei solo un tipo su una barca che cerca di tenere la rotta mentre la corrente ti spinge dove vuole lei. Lì sparisce tutto il resto, i contratti editoriali, le recensioni, le aspettative, le persone che vogliono qualcosa da te e rimane solo questo: il timone sotto le mani, l’odore di salsedine e gasolio, il sole che ti cucina il collo, e la consapevolezza che se sbagli qualcosa ti ritrovi in mezzo all’oceano con un’avaria ai motori e nessuno che ti viene a cercare.Quando scoppia la guerra, Hemingway arma Pilar con mitragliatrici e bombe a mano, si inventa cacciatore di U-boot tedeschi e trasforma le sue rotte di pesca in pattugliamenti militari. È una follia, ovviamente, un fisherman contro un sottomarino è come portare un coltello a una sparatoria, ma a Hemingway non è mai importato delle probabilità. Gli importa dell’azione, del rischio, della possibilità concreta di morire male facendo qualcosa che conta. E alla fine non trova nessun sottomarino, ma non è questo il punto, il punto è che era lì fuori, a cercarlo, ...
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  • Chris-Craft e il sogno americano della nautica.
    Jan 23 2026
    Chris-Craft ha venduto il sogno americano a rate. Non metafore: piani di finanziamento bancario per comprare runabout in mogano lucidato, la stessa barca che su cui navigava Frank Sinatra sul nel lago Tahoe. Negli anni Cinquanta il nome diventa sinonimo di “barca” negli Stati Uniti, esattamente come Kleenex per i fazzoletti. Quando la middle class americana scopre il weekend sul lago, lo fa a bordo di una Chris-Craft.Il cantiere del Michigan ha trasformato il boating da privilegio aristocratico in prodotto di massa, applicando le logiche di Detroit alla nautica. È la storia di come 150 anni di design e innovazione hanno plasmato l’identità stessa del leisure acquatico americano.La rivoluzione silenziosa del 1927Nel 1874, quando il tredicenne Christopher Columbus Smith costruisce il suo primo skiff ad Algonac, Michigan, nessuno immagina che sta ponendo le basi per quello che diventerà il paradigma stesso del boating negli Stati Uniti.Ma è negli anni Venti che accade qualcosa di rivoluzionario. Smith guarda alle catene di montaggio di Ford e Chrysler e decide di applicare la produzione di massa alla costruzione nautica. Nasce il primo runabout assemblato industrialmente, venduto attraverso piani di finanziamento delle banche locali.È un cambio di mentalità radicale. Prima di Chris-Craft, le barche a motore erano artigianali, costose, destinate all’élite che poteva permettersi maestranze specializzate. Smith democratizza l’accesso all’acqua esattamente come Ford aveva democratizzato l’automobile una decade prima.Il Cadet del 1927, un runabout di 22 piedi, promette nelle sue pubblicità “un pezzo della bella vita” alla middle class americana. Non è solo marketing: è la traduzione nautica del sogno americano, l’idea che il lusso possa essere accessibile attraverso il lavoro e il credito.Quando il nome diventa il prodottoGli anni Cinquanta segnano l’apoteosi. Nel periodo del boom post-bellico, quando l’America scopre il tempo libero e la suburbia si estende anche ai lakefront, Chris-Craft offre 139 modelli diversi. È leader indiscusso in quasi ogni categoria di imbarcazioni ricreative.E il nome stesso diventa sinonimo di “barca” negli Stati Uniti, come Kleenex per i fazzoletti o Jeep per i fuoristrada. Non si dice “andiamo in barca”, si dice “andiamo sulla Chris-Craft”, anche quando si parla di un modello di altro cantiere.Questo non accade per caso. È il risultato di decenni di branding aspirazionale, di una comunicazione che vende non solo prestazioni ma appartenenza a un mondo. Un mondo che negli anni Cinquanta ha un indirizzo preciso: Hollywood.Il mogano di Sinatra e il Mississippi di ElvisFrank Sinatra e Dean Martin trasformano i loro runabout in mahogany in floating cocktail bar sul lago Tahoe. Il Rat Pack naviga Chris-Craft, e improvvisamente il runabout da 24 piedi diventa estensione del cool italo-americano e della libertà dell’era swing.Katharine Hepburn sceglie un Chris-Craft per le sue crociere solitarie nel Connecticut, incarnando una nuova idea di indipendenza femminile. Non è la moglie del magnate a bordo: è lei stessa al timone, in un periodo in cui questo ha un peso simbolico enorme.Storie come questa sono il cuore di Yacht Lounge. Se apprezzi questo tipo di narrazione, unisciti ai nostri 3.800 lettori attivi per ricevere ogni settimana approfondimenti che non troverai altrove.Elvis Presley commissiona modelli custom per il Mississippi, legando il brand al rock’n’roll e al Southern dream.Franklin D. Roosevelt e John F. Kennedy possiedono Chris-Craft. Non sono semplici celebrity endorsement: le barche diventano esse stesse personaggi, oggetti di desiderio che la stampa fotografa quanto le star che le guidano.Il mogano lucidato a specchio, il teak, gli ottoni: ogni dettaglio parla di un’eleganza democratica, di un lusso che la classe media può permettersi con un piano rateale. È lo stesso meccanismo che negli stessi anni rende la Route 66 sinonimo di libertà americana, o che trasforma St. Tropez e i Riva di Brigitte Bardot in icone del jet set europeo.Dal mogano al fiberglass: l’America che cambia materialeLa storia di Chris-Craft è anche la storia dei materiali e di come questi riflettano i cambiamenti sociali.Dal 1874 agli anni Cinquanta, è l’era del mogano: artigianato, bellezza, manutenzione costante. Sono barche che richiedono cura, dedizione, un rapporto quasi affettivo con l’oggetto. Perfetto per i “weekend sailors” che nel dopoguerra scoprono il leisure time e vogliono investire parte di questo tempo nel prendersi cura di qualcosa di bello.Nel 1955 arriva la prima barca in fiberglass. Non è solo un’innovazione tecnica: è il riflesso di un’America che cambia ritmo, che vuole prestazioni senza sacrificare il tempo libero alla manutenzione. Il fiberglass riduce i costi, abilita forme idrodinamiche impossibili col legno, richiede zero verniciatura annuale.Nel 1964, il Commander dia 38 piedi debutta al New York ...
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  • Route 66: Santa Monica, Dove la Strada Diventa Orizzonte.
    Jan 9 2026
    C’è un momento preciso in cui l’America cambia sostanza. Succede all’altezza del molo di Santa Monica, dove l’asfalto cede il passo al legno, dove migliaia di chilometri di deserto, praterie e cittadine polverose si dissolvono nel blu infinito del Pacifico. Il cartello “End of the Trail” non segna una fine: è una soglia, un cambio di elemento. Da qui non si torna indietro come si è arrivati. Qualcosa è già cambiato.L’ultimo miglio prima dell’acquaImmaginate di arrivare dopo giorni di viaggio. Alle spalle avete lasciato la polvere rossa dell’Arizona, i motel con le insegne al neon dell’Oklahoma, i diner dove il caffè sa di strada. Davanti a voi, all’improvviso, c’è l’oceano. Non quello che avete visto nelle cartoline, ma quello vero: salato, luminoso, vivo. L’aria cambia temperatura e consistenza. Il rumore del motore viene sovrastato dal suono delle onde. La Route 66 non vi ha portato da qualche parte: vi ha consegnato a un’altra dimensione del viaggio.Santa Monica non è la spiaggia di Los Angeles. È qualcosa di più stratificato: un porto simbolico dove convergono storie, fughe, ricominciamenti. Chi arriva qui ha attraversato un continente. Chi resta, spesso, sta aspettando il coraggio per attraversare qualcos’altro.Dal road trip al sea lifestyleLa cultura americana dell’on the road è fatta di libertà orizzontale: una linea d’asfalto che taglia il paese da est a ovest, da Chicago a Los Angeles, seguendo una mappa precisa, una traccia che milioni di viaggiatori hanno percorso prima di voi. Ma l’oceano funziona diversamente. Non ha corsie, non ha indicazioni, non ha soste obbligate. È il viaggio senza traccia prestabilita, quello dove l’orizzonte è l’unica direzione.C’è una continuità naturale tra chi attraversa gli States in automobile e chi attraversa mari in barca. Stesso desiderio di spazio, stesso bisogno di movimento, stessi occhi puntati verso qualcosa che sta sempre un po’ più in là. Cambiano gli elementi—asfalto contro acqua, motore contro vela—ma il linguaggio è lo stesso: quello della distanza che diventa libertà.E Santa Monica è esattamente il punto dove questi due mondi si toccano.Iconografia di un tramonto californianoIl molo è la sua icona più riconoscibile: la ruota panoramica che si accende al tramonto, le insegne vintage, i musicisti di strada, il profumo di corn dog e birra artigianale. Ma bisogna guardarlo con occhi diversi. Non come un parco giochi turistico, ma come una passerella sospesa tra due vite possibili. Da una parte c’è ancora la terraferma, con le sue certezze e le sue mappe. Dall’altra c’è l’acqua, con tutto ciò che promette e tutto ciò che nasconde.La luce qui ha una qualità particolare. È quella che i fotografi chiamano “golden hour”, ma non è solo una questione tecnica. È il premio finale dopo giorni di strada: quella luce dorata che trasforma l’oceano in uno specchio liquido, che disegna silhouette perfette di surfisti e paddleboarder, che rende ogni cosa—persino una semplice panchina sul pier—degna di essere ricordata.Questo è il nostro modo di raccontare la yachting life.Vista dal largoOra provate a invertire la prospettiva. Immaginate di non arrivare via terra, ma via mare. Vedete la costa californiana che si avvicina lentamente, le luci del molo che diventano un faro urbano nella sera che scende, la sagoma delle colline di Malibu a nord, le Channel Islands che galleggiano all’orizzonte come promesse lontane. Da questa angolazione, Santa Monica non è più un punto d’arrivo: è un porto, un approdo, il posto dove si può decidere di fermarsi o di continuare.Gli hotel vista oceano non sono semplici sistemazioni: sono osservatori privilegiati su questo dialogo continuo tra terra e acqua. I rooftop bar con i loro cocktail al tramonto, i ristoranti affacciati sulla spiaggia dove il pesce sa di Pacifico e non di freezer—tutto questo non è un’aggiunta turistica, ma l’estensione naturale del viaggio. Dal diner sulla highway al bicchiere di vino su una terrazza che profuma di salsedine, il filo è lo stesso: quello del movimento, della scoperta, del non accontentarsi mai di stare fermi.Il secondo attoLa Route 66 compie cento anni quest’anno. Un secolo di storie, di canzoni, di film, di letteratura. Ma la sua vera lezione non sta nel percorso che traccia, quanto in ciò che promette alla fine: la possibilità di ricominciare. Perché Santa Monica non chiude il viaggio, lo trasforma.Qui puoi scegliere. Puoi salire in macchina e tornare indietro, seguendo la stessa strada in direzione opposta, con negli occhi il bagliore del Pacifico che ti accompagna per altri migliaia di chilometri. Oppure puoi fare un passo ulteriore: abbandonare l’asfalto, salire su una tavola, noleggiare una barca, prendere un charter verso nord o verso sud lungo la costa, lasciare che sia l’acqua—e non più la strada—a dettare il ritmo e la direzione.La verità è che non esistono ...
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  • The Sea of Stars. Cinema, Icons and Paradoxes.
    Jan 2 2026

    Start your weekend reading!

    Between Luxury and Storm. Yachts in Cinema.

    🇺🇸 Ripley’s sailboat, Redford’s survival, Belfort’s excess. When Hollywood makes the sea a character.

    🇮🇹 La barca di Ripley, la sopravvivenza di Redford, l’eccesso di Belfort. Quando Hollywood fa del mare un personaggio.

    Read full article 👉 https://yachtlounge.substack.com/p/between-luxury-and-storm-yachts-in

    Brigitte Bardot: The Queen of Riva.

    🇺🇸 BB, three Rivas, and the Mediterranean at 50 knots. When luxury meant freedom, not ostentation.

    🇮🇹 BB, tre Riva e il Mediterraneo a 50 nodi. Quando il lusso significava libertà, non ostentazione.

    Read full article 👉 https://yachtlounge.substack.com/p/brigitte-bardot-the-queen-of-riva

    St. Barth’s: When Exclusivity Becomes Mass.

    🇺🇸 211 superyachts, one island, same moment. When exclusivity becomes a crowd—and true luxury hides elsewhere.

    🇮🇹 211 superyacht, un’isola, stesso momento. Quando l’esclusività diventa massa—e il vero lusso si nasconde altrove.

    Read full article 👉 https://yachtlounge.substack.com/p/st-barths-when-exclusivity-becomes

    The New Frontier of Freedom: Living Aboard.

    🇺🇸 Starlink, a laptop, and the horizon as your office. Living aboard isn’t a dream anymore—it’s a choice.

    🇮🇹 Starlink, un laptop e l’orizzonte come ufficio. Vivere in barca non è più un sogno—è una scelta.

    Read full article 👉 https://yachtlounge.substack.com/p/the-new-frontier-of-freedom-living

    Mr. Rolex: The Visionary of Time.

    🇺🇸 An orphan, a London bus, and five letters that conquered time. The story of Hans Wilsdorf and the watch that became a paradox.

    Listen now 🎙️https://yachtlounge.substack.com/p/mr-rolex-the-visionary-of-time

    🇮🇹 Un orfano, un autobus londinese e cinque lettere che conquistarono il tempo. La storia di Hans Wilsdorf e l’orologio diventato paradosso.

    Ascolta 🎙️https://yachtlounge.substack.com/p/mr-rolex-il-visionario-del-tempo



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    Moins d'une minute
  • Mr. Rolex: Il Visionario del Tempo.
    Dec 26 2025
    Ci sono storie che nascono dal caso e diventano leggenda. Hans Wilsdorf, giovane tedesco rimasto orfano, arrivò a Londra agli inizi del Novecento con un’idea semplice: creare un orologio da polso credibile, in un’epoca in cui solo gli orologi da tasca erano presi sul serio. Nel 1908, su un autobus nella City, inventò il nome “Rolex”. Cinque lettere, facili da pronunciare ovunque, perfette sul quadrante. Era marketing puro, e funzionò. Wilsdorf, però, non era un orologiaio nel senso classico del termine. Non inseguiva l’orologio più preciso, ma quello più credibile. Aveva capito che il tempo, prima ancora di essere misurato, deve essere accettato.L’Orfano che Conquistò il TempoGiovane tedesco rimasto orfano, Hans Wilsdorf arrivò a Londra agli inizi del Novecento con un sogno che sembrava folle: convincere il mondo che un orologio potesse vivere al polso, in un’epoca in cui la tasca del panciotto era l’unico luogo rispettabile per custodire il tempo. Nel 1908, sulla sommità di quell’autobus nella City, concepì un nome che avrebbe risuonato in ogni porto, in ogni capitale, in ogni salone nautico: Rolex.Cinque lettere. Universali. Pronunciabili in ogni lingua. Perfettamente simmetriche sul quadrante. Non era solo marketing, era pura visione: trasformare un oggetto tecnico in un simbolo di desiderio globale.L’Oyster: L’Orologio che Sfidò l’AcquaIl 1926 portò il Rolex Oyster, primo orologio da polso impermeabile. Un’innovazione vera: sigillare un meccanismo di precisione in una cassa stagna era tecnicamente complesso. La prova arrivò con Mercedes Gleitze, che attraversò la Manica a nuoto con un Oyster al polso. Quattordici ore nell’acqua gelida, l’orologio continuò a funzionare. Fu un colpo di marketing geniale quanto l’innovazione stessa. Per Wilsdorf, le due cose non erano mai state separate. Raccontare un’innovazione era parte dell’innovazione stessa.L’Evoluzione di un’Icona1931: Il movimento Perpetual introdusse la carica automatica. Innovazione tecnica reale, ma soprattutto comodità.Anni ‘40-’50: Il Submariner per i subacquei, l’Explorer per gli alpinisti. Rolex scelse bene i suoi testimonial: Edmund Hillary portò un Explorer sull’Everest. Marketing o passione? Probabilmente entrambi.Anni ‘60-’70: Il Daytona conquistò il mondo delle corse. Quando Paul Newman iniziò a indossarne uno, il modello divenne un’icona. Non per la precisione del cronografo, ma per chi lo portava.Il Lifestyle Rolex: Oltre la PrecisioneOggi, nei marina più esclusivi del mondo – da Porto Cervo a Monaco, da Saint-Tropez a Miami – Rolex è molto più di un orologio. È uno status symbol che ha smesso da tempo di competere sulla precisione assoluta. Gli smartwatch misurano i millisecondi meglio, i cronometri atomici sono incomparabilmente più accurati. Eppure Rolex vale di più.Perché? Perché al timone di uno yacht da 30 metri nessuno guarda l’orologio per sapere l’ora esatta. Si guarda Rolex per sapere chi sei. L’imprecisione meccanica – quei secondi persi o guadagnati ogni giorno – è parte del suo fascino analogico, del suo essere profondamente umano in un mondo digitale. Materiali come il Cerachrom e il Parachrom servono più a giustificare il prezzo che a migliorare davvero l’esperienza quotidiana.L’Eredità di un VisionarioHans Wilsdorf non vendette orologi. Costruì un marchio che sarebbe sopravvissuto alla tecnologia che lo aveva reso possibile. La sua intuizione – quel nome inventato su un autobus londinese – si è rivelata più duratura della meccanica stessa. È difficile dire se Hans Wilsdorf avrebbe riconosciuto il Rolex di oggi. Probabilmente sì, non per la tecnica, ma per il modo in cui viene usato: come segno, non solo come strumento.Oggi Rolex è un paradosso: tecnicamente superato da strumenti che costano un centesimo del suo prezzo, eppure più desiderabile che mai. Perché misura qualcosa di diverso dal tempo: misura il successo, l’appartenenza, il gusto. E questo, a differenza dei secondi, non passa mai di moda.by Andrea BaraccoHai apprezzato questo articolo? Condividilo con chi potrebbe amarlo quanto te!Questo è il nostro modo di raccontare la yachting life.This episode is also available in English 👇Se Rolex rappresenta la precisione del tempo, esiste un colore che ne definisce lo stile e il desiderio. Immergetevi nella storia del Tiffany Blue, la sfumatura che ha conquistato il mondo del lusso ben oltre i gioielli. 👇 This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit yachtlounge.substack.com
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  • Christina. Il Teatro Del Potere.
    Dec 12 2025
    Prologo: La dimensione dell’impossibileNovantanove metri di acciaio, teak e ambizione nel 1954 non erano semplicemente “grandi”. Erano un’anomalia. Erano una provocazione fisica alla scala umana del lusso.Quando il Christina solcava il Mediterraneo, gli altri yacht sembravano tender da diporto. Era come portare un teatro dell’opera in mezzo al mare — e infatti, era esattamente quello che era.Ma il vero genio non stava nelle dimensioni. Stava in ciò che quelle dimensioni permettevano.I. Il laboratorio sociale: dove le gerarchie si dissolvevanoA terra, esistono protocolli. Sale separate per capi di Stato, tavoli riservati per industriali, zone blindate per teste coronate.Sul Christina, tutto questo collassava.Winston Churchill beveva ouzo con marinai greci.Maria Callas cantava mentre Greta Garbo fumava in silenzio nell’angolo.John Kennedy ascoltava aneddoti di guerra mentre Jackie prendeva il sole con gli altri ospiti.Frank Sinatra e Marilyn Monroe si mescolavano a magnati del petrolio.Non era democrazia. Era un esperimento controllato di prossimità forzata.Novantanove metri sono abbastanza grandi da ospitare il potere, ma abbastanza piccoli da impedire la fuga. A bordo, non esistevano uscite di sicurezza sociali. Dovevi restare, interagire, negoziare la tua presenza.Il paradosso della distanzaLo yacht era lontano dalla terraferma, quindi lontano da giornalisti, da cronache ufficiali, da verbali.Ma proprio per questo diventava il luogo dove accadevano le cose vere:* Gli accordi che non potevano essere firmati in un ufficio* Le alleanze che non potevano essere fotografate* Le conversazioni che non sarebbero mai finite in un memorandumEra il backstage del XX secolo. E Onassis ne era il custode.II. La corte galleggiante: Onassis come regista invisibileAristotele Onassis non era un armatore. Era un direttore di casting della storia.Sapeva chi far salire a bordo, quando, e con chi. Ogni invito era una mossa. Ogni cena, una scacchiera.La drammaturgia del bar della balenaIl leggendario Ari’s Bar — con i tavolini illuminati che mostravano la storia della navigazione, i famosi sgabelli ricoperti in pelle di balena, l’atmosfera da confessionale del potere — non era kitsch. Era teatro puro.Quel bar diceva: “Qui le regole normali non valgono”.E infatti:* Churchill vi passava ore, bicchiere in mano, a raccontare la guerra con una franchezza che non avrebbe mai avuto a Downing Street. Tra il 1958 e il 1965 tornò otto volte — era l’unico ospite per cui Onassis cedeva la sua suite.* JFK e Churchill si incontrarono per la prima volta proprio lì, nel 1958. Jackie scherzò che Churchill aveva scambiato Kennedy per un cameriere per via della sua giacca bianca da sera.* Richard Burton ed Elizabeth Taylor vi trascorrevano serate davanti al camino del salone Lapis, trasformando ogni weekend in un dramma privato.Non era ospitalità. Era regia.Il potere di chi controlla lo spazioOnassis aveva capito una cosa fondamentale: chi controlla l’ambiente, controlla la conversazione.A terra, un capo di Stato può sempre andarsene, un magnate può sempre chiamare il suo ufficio, un’attrice può sempre ritirarsi in camerino.Sul Christina, l’unica via d’uscita era il mare. E Onassis era il capitano.III. Il ribaltamento dei rapporti di forzaEsiste un momento, a bordo di uno yacht, in cui il passeggero più potente del mondo si rende conto di una cosa:Non è più lui a comandare.Churchill, l’ospite ricorrenteWinston Churchill — l’uomo che aveva guidato un impero in guerra — saliva sul Christina e diventava... un ospite.Non nel senso formale, ma in quello psicologico.Dipendeva da Onassis per il tragitto, per la rotta, per il menu, per la compagnia. E in quella dipendenza simbolica si creava una relazione inedita: il magnate greco che offriva protezione (narrativa, scenica, sociale) al leone britannico.Churchill non aveva bisogno dello yacht. Ma voleva quel mondo. Voleva quel senso di sospensione. Voleva quella libertà di essere semplicemente Winston, senza dover essere Churchill.La biblioteca dello yacht porta ancora oggi il suo nome, in onore di quelle ore passate a leggere e dormire tra i libri, lontano dai riflettori.Kennedy: il futuro presidente in provaQuando John F. Kennedy salì sul Christina — ancora senatore, ancora in ascesa — non stava solo facendo una crociera.Stava entrando in un’altra orbita sociale. Stava venendo osservato, valutato, presentato.Nel 1959, durante il secondo incontro con Churchill (questa volta su richiesta dell’anziano statista), Kennedy parlò delle sue ambizioni presidenziali e del problema della sua fede cattolica. Churchill rispose: “Se questo è l’unico problema, puoi sempre cambiare religione e restare comunque un buon cristiano” — provocando una risata di Kennedy.Onassis sapeva che quel giovane democratico americano poteva diventare qualcosa. E lo mise in scena. Lo fece interagire con industriali europei, con intellettuali, con vecchi lupi ...
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    11 min
  • L'avvocato e il vento.
    Nov 28 2025
    🇮🇹 🇺🇸Bilingual content: Italian first, English followsGianni Agnelli e il mare: ritratto di una libertàUn taglio spiccatamente “marino” valorizza perfettamente l’unicità teatrale e naturale di Gianni Agnelli: l’uomo libero, agile e insieme carismatico, che lasciava il segno a bordo quanto a terra. La barca diventa la sua vera passerella, lo spazio dove la sua leggendaria disinvoltura — anche con un semplice asciugamano — si componeva con la natura, l’adrenalina, la leggerezza e l’effimera bellezza del vento.Agnelli e la barca, sintesi di disinvolturaA bordo, Agnelli incarnava la libertà assoluta: era famoso per i suoi bagni improvvisati in mare anche vestito solo di jeans e per l’insofferenza alle formalità persino in presenza di ospiti illustri. Un asciugamano, a volte nemmeno quello e l’aria scandita da battute fulminanti. Bastava la sua presenza per conferire “icona” a una scena marinara semplice, in cui ogni gesto — lo spruzzo del mare, la postura sul timone, la scelta di mollare la barca all’istante se annoiato — diveniva leggenda.“Sto arrivando”, annunciava, e quella macchina perfetta che erano i suoi marinai si metteva in moto, con qualsiasi tempo, a qualsiasi ora. Così lo ricorda Alfredo Alocci, che fu il suo capomarinaio per trentacinque anni e che raccolse in un libro la testimonianza di un “grande amore per il mare” fatto di partenze improvvise, bonacce fuggite, vento cercato con l’istinto di chi sa che quella sarà la giornata giusta.Un giorno, al largo di Corfù, Agnelli si avvicinò a uno Swan in difficoltà. Il comandante urlò di non avvicinarsi troppo. L’Avvocato rispose tranquillo, poi chiese se avessero bisogno di aiuto. La risposta fu un gesto eloquente. Agnelli sorrise: “Bene. Con questo vento oggi c’è da divertirsi”. E riprese il largo.Il mare come destino estetico e culturaleAgnelli non amava la barca per la contemplazione; cercava vento e adrenalina, manovrando spesso in condizioni difficili e scegliendo sempre la velocità come cifra stilistica. Le sue barche — Agneta, Capricia, Extra Beat, Stealth — sono oggetti di stile e di tecnica, fatte costruire secondo richieste ardite e dettagli anticonvenzionali.Agneta, lo yawl di venticinque metri disegnato dallo svedese Knud Reimers che tenne dal 1959 al 1984, aveva vele rosso cupo — color vinaccia, dicevano alcuni — in anni in cui tutte le barche navigavano rigorosamente con vele bianche. Lo scafo color mogano, gli alberi in spruce, la coperta in teak: Agneta era un manifesto di eleganza anticonformista, tenuta per venticinque anni come si tiene un vestito perfetto che non passa mai di moda.Capricia, progettata dallo studio Sparkman & Stephens e costruita in Svezia nel 1963 interamente in legno — quercia bianca per la struttura, mogano per il fasciame, teak per la coperta — vinse il Fastnet in tempo reale nello stesso anno. Agnelli la tenne fino al 1993, quando la regalò alla Marina Militare che ne fece una nave scuola. Ma quando vendette la barca che l’aveva preceduta, Extra Beat, impose al nuovo armatore una sola condizione: non venire mai a navigare in Mediterraneo. Il Mare Nostrum era il suo, e non tollerava sovrapposizioni.Extra Beat era stata costruita in Germania nel 1988 dal cantiere Abeking & Rasmussen su progetto di German Frers: trentasei metri di lunghezza, albero di quarantanove metri. Mai prima uno scafo aveva avuto un timone così grande in alluminio e carbonio, né la capacità di pompare sei tonnellate d’acqua nei serbatoi di zavorra da un lato all’altro in meno di sessanta secondi. Era tecnologia pura, velocità allo stato liquido.Ma fu con Stealth che Agnelli tradusse definitivamente in materia la sua ossessione per la velocità. Nel 1996 chiamò ancora German Frers e gli disse: “La barca sarà nera e si chiamerà Stealth. Voglio semplicemente divertirmi e provare piacere nel navigarla. E la voglio finita entro sei mesi!”. Il nome venne dall’aereo da guerra invisibile ai radar, tutto nero: Agnelli voleva il nome e il colore di quell’arma che era tecnologia. Ventisei metri in carbonio, albero di trentasei metri, unico vezzo la coperta in teak. I carichi sullo scafo a quindici nodi erano due volte e mezzo superiori a quelli di uno yacht normale. Nel 1998 Stealth stabilì il record Marsiglia-Cartagine con una media di 15,77 nodi, un primato che resiste ancora oggi. Nel 2001 vinse il Fastnet e la Jubilee Regatta attorno all’isola di Wight con un equipaggio stellare condotto da Ken Read. Agnelli non era a bordo e non partecipò alla premiazione al Royal Yacht Squadron, che se ne offese. Ma l’Avvocato non aveva bisogno di trofei: aveva già vinto quando la barca aveva toccato l’acqua.Storie, aneddoti, icone del MediterraneoSui suoi yacht, vestiva di nulla, serviva acciughe e champagne a signore abituate alle cene di gala, improvvisava ricette con pescato fresco, e animava regate e traversate con una naturale teatralità ...
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