Couverture de Creuza de mä, il podcast

Creuza de mä, il podcast

Creuza de mä, il podcast

De : FaberDeAndre.Com
Écouter gratuitement

3 mois pour 0,99 €/mois

Après 3 mois, 9.95 €/mois. Offre soumise à conditions.

À propos de ce contenu audio

Creuza de mä è un viaggio che non tutti possono affrontare: è introspezione, coraggio, audacia, fallimento, amore. Una navigazione che approda sui temi della passione e del viaggio e che testimonia la voglia di non avere confini. In questa sospensione tra realtà e sogno si sviluppa l’intreccio di sette brani e altrettanti protagonisti. E’ di queste vite che ci faremo carico in questo viaggio da compiere insieme.
Curato da Lucia Lamboglia e con la voce di Simona Atzori.
Per la bibilografia cliccare qui: https://faber.deand.re/podcast/creuza-de-ma/Copyright FaberDeAndre.Com
Musique
Les membres Amazon Prime bénéficient automatiquement de 2 livres audio offerts chez Audible.

Vous êtes membre Amazon Prime ?

Bénéficiez automatiquement de 2 livres audio offerts.
Bonne écoute !
    Épisodes
    • D’ä mæ riva - Crêuza de mä, il podcast
      Dec 4 2024
      Dalla mia riva, da quel che vedo prima di riprendere il largo, da ciò che accade prima che il distacco diventi realtà concreta e mi porti via dalle certezze che ho creduto di possedere. “D'a a me riva” (D’ä mæ riva) è il prezzo che paga il marinaio nel suo peregrinare, è la malinconia che cresce man mano che la riva gioca a nascondino con le onde, fino a scomparire dietro l'orizzonte. Siamo partiti con Crêuza de mä e ci siamo allontanati sfidando ogni onda del Mediterraneo riconoscendo, nell’incertezza della navigazione, la sicurezza di ritrovarci simili coi nostri simili: nell’ipocrisia, nell’amore, nella voglia di andare e nel desiderio di tornare. Ora siamo alla fine di questo viaggio. L’ultimo brano dell’album è un’ode al distacco, una canzone carica di suggestione e malinconia. L’uomo saluta la sua donna, la sua certezza e l’immagine del “pensarti controsole” rafforza il concetto del distacco, del guardare da lontano. Lei guarda “più al largo del dolore” mentre appunto ci si sposta verso il largo. Dice De André nello speciale Mixer del 1984: “[Della] compagna della vita resta al marinaio soltanto una fotografia di quando lei era ragazza, una fotografia sbiadita in fondo ad un berretto nero, per poter baciare ancora Genova sull'immagine di una bocca che io definisco in naftalina". Nell’intera canzone la musica passa in secondo piano, lasciando spazio all’emozione di un testo che racconta la realtà sognata e quella vissuta. Fabrizio De Andrè suonerà infatti una chitarra ottava: piccola e con un suono decisamente caratteristico, sullo sfondo di un mare calmo ma tuttavia presente. Nel raccontare quest’eterno peregrinare dei marinai, c’è comunque un’altra chiave di lettura secondo la quale Fabrizio parla di se stesso. In questo caso la riva sarebbe quella della Sardegna mentre dall’altra parte fa capolino Genova. Il baule da marinaio cantato negli ultimi versi apparterrebbe a lui stesso, magari preparato dalla madre Luisa, della quale trova una foto in giovane età. De André sa bene di chi parte e di chi torna e sulla canzone si esprime così: “Quando un navigante abbandona la banchina del porto della città in cui vive, arriva il momento del distacco dalla sicurezza, dalle certezze, sotto specie magari di una moglie custode, appunto, del talamo nuziale, agitante un fazzoletto chiaro e lacrimato dalla riva. Il distacco dal pezzetto di giardino, dall’albero di limone e, se il navigante parte da Genova, sicuramente dal vaso di basilico, piantato lì sul balcone a far venire appetito agli altri, a quelli che restano, ai disertori del mare.” ----------------- Curato da Lucia Lamboglia e con la voce di Simona Atzori. Per la bibilografia cliccare qui: ⁠⁠⁠⁠⁠https://deand.re/podcast/creuza-de-ma/⁠
      Afficher plus Afficher moins
      3 min
    • A dumenega - Crêuza de mä, il podcast
      Nov 4 2024
      A Duménega è forse la canzone dell'intero album scritto in genovese, che meglio racchiude i temi più cari a De André: lo sguardo non giudicante nei confronti delle prostitute, degli ultimi associato al finto moralismo borghese e perbenista, altro aspetto dell'ipocrisia del potere. A Dumenega è, in un certo senso, la rivincita delle prostitute. Dice De André presentando la canzone durante il concerto di Guidonia del 1991: “Nella mia splendida, amatissima, per quanto perfida città, tre o quattro secoli fa le prostitute erano relegate in un quartiere che si chiamava allora, come oggi, Rebecca. Veniva loro concesso di uscire da questa specie di recinto soltanto nei giorni di festa. Potete immaginare il popolaccio dire loro cose mostruose. […] ” Nella Genova d’un tempo, infatti, si racconta di un’usanza secondo la quale le meretrici venivano relegate in un quartiere, Rebecca, per l'appunto, e che, attraverso il guadagno ottenuto, il comune riuscisse a pagare tutti i lavori portuali di un anno e a finanziare la costruzione di un nuovo molo. E’ qui che è radicata l’ipocrisia che fa da filo conduttore lungo tutto il brano. La canzone è una fotografia del giorno di festa: la domenica. Come esposto da De André, l’unico diritto inalienabile di queste donne, era infatti il rito della passeggiata domenicale, una sorta di processione laica in cui i membri della “nobile” borghesia genovese deridono, insultano, scherniscono ma soprattutto non si curano della coscienza sporca e dell’ipocrisia nascosta dietro quegli aggettivi urlati con l’unico scopo di denigrare. Le stesse persone rappresentano infatti gli assidui frequentatori che durante i restanti giorni della settimana vanno “lì, al primo piano, a pregarle di maritare”. Ce lo ricorda De André, ce l’aveva cantato già ne La Città Vecchia sottolineando così la differenza tra idea e azione: "Quella che di giorno chiami con disprezzo specie di troia / Quella che di notte stabilisce il prezzo alla tua gioia.” Non è la prima volta che nella produzione discografica di Fabrizio si intreccia l’amore sacro all’amor profano, quasi come a volerne cancellare il confine, tracciato poi chissà da chi. Il brano si chiude con l’ennesimo insulto urlato dal sacrestano, il portatore della croce nelle cerimonie, il bigotto al quale la prostituta prontamente risponde: “Brutto stronzo d’un portatore di Cristo, non credere di essere l’unico che se n’è accorto, che in mezzo a quelle creature che si guadagnano il pane nudo c’è anche tua moglie!” Si deve sottolineare, musicalmente, la presenza della chitarra andaulsa suonata da Franco Mussida, già chitarrista della Premiata Forneria Marconi, che dona la degna conclusione al brano in uno sfumato “quasi senza fine”. ----------------- Curato da Lucia Lamboglia e con la voce di Simona Atzori. Per la bibilografia cliccare qui: ⁠⁠⁠⁠https://deand.re/podcast/creuza-de-ma/⁠
      Afficher plus Afficher moins
      4 min
    • 'A pittima - Crêuza de mä, il podcast
      Oct 7 2024
      La cornice è ancora Genova e i colori usati per dipingere il quadro di Creuza de Ma sono sempre gli idiomi locali la cui bellezza, come ricorda lo stesso De André, è la loro mobilità. Nell’antica repubblica marinara, la “Pittima” era la figura alla quale i cittadini si rivolgevano privatamente per far esigere i crediti dai pagatori insolventi. Per questo, ancora oggi, viene utilizzato lo stesso termine per descrivere una persona noiosa e pedante. Anche stavolta, lo sguardo di De André non si posa sulla maggioranza o sulle maggioranze, ma scruta attento i motivi che si celano dietro questa scelta lavorativa. In questo caso, l’emarginazione sociale vissuta e sperimentata dal protagonista è dovuta alle carenze fisiche che vengono raccontate nella prima strofa della canzone. In realtà un vero e proprio aspetto sgradevole tale da apparentarlo allo iettatore napoletano, portatore di sfortune, agli occhi degli altri. “Cosa ci posso fare se non ho le braccia per fare il marinaio / se in fondo alle braccia non ho le mani del muratore.” A questo proposito va citata una canzone bretone del ‘400 che secondo alcuni rappresenta la fonte di ispirazione di tutta la vicenda. “Io non andrò mai a pescare perché sono un po’ zoppo, questo non m’impedisce di amare il mare come i miei vecchi.” A gettare maggior luce sulla figura è lo stesso Fabrizio che si esprime a riguardo dicendo: “Ho immaginato la mia Pittima come un uccello che non riesce ad aprire le ali ed è destinato a nutrirsi dei rifiuti dei volatili da cortile.” La Pittima ricorda a se stesso e agli altri i motivi che l’hanno portato lì, puntando il dito contro la poca generosità riservatagli dalla natura. Un destino sgarbato che non concede sconti. Eppure lavora operando in mezzo alla gente così da scuotere le coscienze facendo leva su un senso di vergogna. L’umanità viene fuori solo verso la fine del brano, quando la Pittima esprime la voglia di contribuire economicamente quando la situazione finanziaria del creditore si mostra disastrosa. Musicalmente, ancora una volta, a dominare la scena ci sono gli strumenti etnici bouzuki e percussioni, con la presenza melodica dei fiati. Una musica che sa quasi di recupero della dignità del protagonista, nonostante il destino gli abbia riservato una vita da pittima. ----------------- Curato da Lucia Lamboglia e con la voce di Simona Atzori. Per la bibilografia cliccare qui: ⁠⁠⁠https://faber.deand.re/podcast/creuza-de-ma/⁠
      Afficher plus Afficher moins
      3 min
    Aucun commentaire pour le moment