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  • Monte dei Paschi — La Banca più Antica del Mondo
    10 Oct 2026
    Il 27 febbraio 1472 le Magistrature della Repubblica di Siena deliberano di istituire in città un Monte di Pietà. Il 1° maggio di quell'anno il Monte Pio apre e comincia a prestare denaro ai poveri contro un pegno, a interesse minimo. Da quel giorno non ha più smesso: 554 anni dopo, Banca Monte dei Paschi di Siena è la banca più antica del mondo tuttora in attività, e la sua sede è ancora Palazzo Salimbeni. In questo episodio ripercorriamo tutta la storia. Il capitale iniziale di quasi 8.000 fiorini e il voto del Consiglio della Campana, 196 a 14. Il 1624 e le rendite dei pascoli della Maremma concesse da Ferdinando II de' Medici, da cui viene il nome "Paschi". Il decreto del 1936 che rende il Monte istituto di credito di diritto pubblico. E poi l'8 agosto 1995: il decreto del Tesoro separa la banca dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena, che diventa azionista di controllo e trasforma i dividendi in università, cultura, sanità e sociale per una città intera, con oltre 2 miliardi erogati e picchi vicini ai 100 milioni all'anno. Nel secondo capitolo la scommessa: la corsa bancaria del 2007, l'8 novembre e l'accordo con Banco Santander per Banca Antonveneta a 9 miliardi di euro (esclusa Interbanca), il piano di finanziamento, la crisi mondiale del 2008, i derivati Alexandria e Santorini spiegati in parole semplici, le perdite, il piano del 2012, i Monti bond, gli aumenti di capitale e il fallito aumento di mercato del dicembre 2016. Nel terzo capitolo il conto e la rinascita: la sospensione del titolo del 22 dicembre 2016 con la capitalizzazione a 442 milioni, la ricapitalizzazione precauzionale del 2017 con lo Stato al 68%, i processi chiusi con assoluzioni definitive, il conto pagato da Siena e dalla Fondazione, il risanamento, il ritorno all'utile e al dividendo, l'operazione su Mediobanca e l'offerta di Intesa Sanpaolo da 30,6 miliardi. Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Temi trattati: Monte dei Paschi di Siena, Mps, Storia Monte dei Paschi, Banca Più Antica del Mondo, Monte Pio 1472, Palazzo Salimbeni, Fondazione Monte dei Paschi, Antonveneta, Derivati Alexandria, Derivati Santorini. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    1 hr and 18 min
  • Cecchi Gori — Il Cinema, la Televisione e la Fiorentina
    9 Oct 2026
    Nel 1996 un imprenditore italiano tiene insieme tre cose che nessun altro in Italia ha insieme: una casa di produzione e distribuzione cinematografica che ha già portato a casa l'Oscar per il miglior film straniero, due reti televisive nazionali comprate una dopo l'altra e una squadra di Serie A che quell'anno vince la Coppa Italia e batte il Milan in Supercoppa. Sei anni dopo, nell'estate del 2002, di quelle tre cose non gliene resta nessuna. Questa è la storia industriale del gruppo Cecchi Gori: come è stato costruito, pezzo per pezzo, e come si è disfatto. Comincia da un mestiere che oggi non esiste quasi più, quello del produttore che mette i soldi propri. Mario Cecchi Gori, nato nel 1920, entra nel cinema come autista di Vittorio De Sica e Dino De Laurentiis, fonda il proprio gruppo nel 1957 e costruisce l'azienda su una struttura precisa: una società per ogni film, così che il flop di un titolo non tocchi il resto. Arriva a oltre duecento film, vince otto premi fra il 1964 e il 1991, e nel 1984 fa il passaggio più importante dei primi trent'anni: comincia a distribuire da sé. Non è più un fornitore, possiede l'infrastruttura. E accumula la cosa che alla fine di questa storia sarà l'unica sopravvissuta: il catalogo. Il figlio Vittorio entra in azienda nel 1980 dal reparto che fa cassa, e negli anni Novanta aggiunge una gamba dopo l'altra. Nel 1989 nasce la Penta Film, joint venture al cinquanta per cento con la Silvio Berlusconi Communications: chi fa i film e chi li manda in onda nella stessa società, per sei anni. Nel 1992 Mediterraneo vince l'Oscar per il miglior film straniero. Il postino ottiene cinque candidature e vince un premio, uno solo, e porta a Vittorio Cecchi Gori la candidatura al miglior film. La vita è bella, che il gruppo coproduce e distribuisce, incassa 229 milioni di dollari nel mondo e vince tre Oscar nel 1999. In sette anni il nome del gruppo compare tre volte nell'albo degli Oscar. E mentre il cinema vince, il gruppo compra la cosa che costa di più. Il 20 luglio 1995 rileva Telemontecarlo dal gruppo Ferruzzi per 75 miliardi di lire; il 1º giugno 1996 nasce la seconda rete; nel 1999 tiene il diciotto per cento di Stream, una delle due piattaforme satellitari che anni dopo confluiranno in Sky — il diciotto per cento di Stream, non Sky. Intanto la Fiorentina, che il gruppo ha comprato il 21 giugno 1990 dalla famiglia Pontello con Mario presidente, è una delle squadre più belle d'Europa: Batistuta arrivato dal Boca per cinque miliardi di lire, Rui Costa, Toldo cresciuto in casa, Ranieri in panchina, due Coppe Italia e una Supercoppa. Poi arriva il conto, e arriva tutto insieme. Nel 1999 la holding televisiva chiude con una perdita dell'ordine dei cento miliardi di lire. Il 6 agosto 2000 Telemontecarlo e TMC 2 vengono vendute alla Seat Pagine Gialle in un'operazione valutata mille miliardi di lire: il valore annunciato, non un incasso netto. L'Antitrust apre un'istruttoria e la definisce il primo caso italiano di convergenza fra telecomunicazioni ed emittenza. Il calcio si smonta in diciotto mesi: Batistuta alla Roma, poi Rui Costa e Toldo venduti pochi giorni dopo aver alzato una Coppa Italia. Il 1º agosto 2002, alle 11:44, un comunicato federale esclude il club da ogni competizione: settantasei anni di storia finiscono in una mattina, e la nuova società nasce subito, quell'estate. Quattro anni dopo cade anche la capogruppo, e il catalogo costruito in trent'anni finisce a Mediaset per 17,5 milioni di euro. Degli esiti giudiziari raccontiamo quello che i giudici hanno deciso, senza aggiungere una parola, dicendo anche chi è stato assolto. 🎧 Marchio Italiano è anche un podcast: ogni nuova puntata esce lo stesso giorno su Spotify, Apple Podcasts, Amazon Music e su tutte le principali piattaforme.▶ Spotify: https://open.spotify.com/show/7AZ6BUG0Vlrr8SOzSalskF▶ Apple Podcasts: https://podcasts.apple.com/it/podcast/marchio-italiano/id6813547050▶ Amazon Music: https://music.amazon.it/podcasts/0db5cb7a-9dd7-4bb7-a8ee-9a7124af494c/marchio-italiano Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Temi trattati: Cecchi Gori, Penta Film, Telemontecarlo, Tmc 2, Videomusic, Cinema Italiano Anni 90, Commedia All'Italiana, Il Sorpasso, Il Postino, La Vita È Bella. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    1 hr and 20 min
  • Moto Guzzi — L'Aquila di Mandello
    8 Oct 2026
    Sul serbatoio di ogni Moto Guzzi, da centocinque anni, c'è un'aquila ad ali spiegate. È l'aquila del Servizio Aereo della Regia Marina, e sta lì in memoria di Giovanni Ravelli: il pilota che doveva correre per la nuova casa motociclistica e che morì in un volo di collaudo l'11 agosto 1919, un anno e sette mesi prima che l'azienda esistesse. In questo episodio ripercorriamo tutta la storia della Moto Guzzi, la più antica casa motociclistica europea ancora in produzione ininterrotta. Il patto stretto in guerra nella squadriglia di idrovolanti della Regia Marina a Venezia da Carlo Guzzi, Giorgio Parodi e Giovanni Ravelli. L'atto costitutivo del 15 marzo 1921, firmato a Genova davanti al notaio Paolo Cassanello con 500.000 lire di capitale, di cui 460.000 messe dall'armatore Emanuele Vittorio Parodi. Le 17 "Normale" costruite nel primo anno, la Milano-Napoli e la Targa Florio del 1921. La G.T. che nel 1928 arriva a Capo Nord per collaudare il telaio elastico. La doppietta di Stanley Woods al Tourist Trophy del 1935, la prima Senior TT vinta da una moto italiana. La galleria del vento progettata nel 1950 e prestata gratis alla concorrenza. La Otto Cilindri da 285 km/h. E i 3.329 successi ufficiali, i 14 titoli mondiali — otto piloti e sei costruttori — e gli 11 Tourist Trophy con cui la casa si presenta al patto di astensione del 1957. Nel secondo capitolo, l'ingegno e le corse. Il "Guzzi Incident" del 1926, quando Pietro Ghersi perse il secondo posto al Tourist Trophy per una candela; la doppietta di Stanley Woods al TT del 1935, la prima Senior vinta da una moto italiana; Omobono Tenni, primo italiano a vincere sull'isola nel 1937, "il diavolo nero". La galleria del vento progettata nel 1950 e prestata gratis alla concorrenza, la Otto Cilindri da 285 km/h, i 14 titoli mondiali — otto piloti e sei costruttori — e il patto di astensione del 1957. Poi il crollo del mercato travolto dall'automobile, e il bando ministeriale del 23 maggio 1963 — centomila chilometri senza guasti, col minimo costo di manutenzione — che la V7 di Giulio Cesare Carcano vince, salvando la fabbrica con il bicilindrico a V di 90° trasversale. Fino alla conquista dell'America: le due V7 provate dalla polizia di Los Angeles nel 1968, il sergente Scotty Henderson a Mandello, le dieci V7 Police del 1969 e la nascita del nome California. Nel terzo capitolo, le mani che cambiano. La SEIMM con l'IMI dietro le quinte dal 1° febbraio 1967, la V7 Sport di Lino Tonti e il record di 46.487 moto nel 1971. De Tomaso dal 1973, la 850 Le Mans, il Dottor John e la Daytona, il minimo storico di 3.274 unità nel 1993. Aprilia il 14 aprile 2000 per 65 milioni di dollari, il Gruppo Piaggio dal 30 dicembre 2004. Infine il centenario, la V100 Mandello presentata a EICMA il 23 novembre 2021 come prima moto al mondo con aerodinamica adattiva, e il nuovo stabilimento e il nuovo museo di Mandello del Lario aperti alle Giornate Mondiali dal 3 al 6 settembre 2026. Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Temi trattati: Moto Guzzi, Carlo Guzzi, Giorgio Parodi, Giovanni Ravelli, Mandello del Lario, Bicilindrico a V Trasversale, Giulio Cesare Carcano, Lino Tonti, Tourist Trophy, Stanley Woods. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    1 hr and 18 min
  • Iveco — I Camion d'Italia e l'Offerta Indiana
    7 Oct 2026
    Mentre questo video esce c'è un'offerta pubblica di acquisto aperta sul più grande costruttore italiano di camion, e la sta facendo un gruppo indiano. Non è chiusa: il periodo di adesione si chiude il 26 ottobre 2026, l'assemblea straordinaria degli azionisti è il 16 ottobre, e il passaggio di proprietà è atteso per l'inizio di novembre. Ma la cosa che quasi nessuno mette in fila è che quarant'anni fa la direzione era esattamente opposta: Iveco era già in India dal 1987, socia di un costruttore locale col quindici per cento, e nel 2007 ne è uscita perché aveva chiesto il comando e si era sentita dire no. Questa è la storia industriale completa, dall'inizio. Il 1º gennaio 1975 cinque aziende di tre Paesi diversi diventano una sola: Fiat Veicoli Industriali, OM di Brescia, Lancia Veicoli Speciali, la francese Unic e la tedesca Magirus-Deutz, che apparteneva a un gruppo esterno. L'operazione non la guida un torinese ma un ingegnere bresciano arrivato da un'azienda comprata, Bruno Beccaria, che di Iveco diventa il primo amministratore delegato. Il nome è l'acronimo di Industrial Vehicles Corporation, e serve a dire ai concessionari di tre Paesi che nessuno dei tre ha vinto. Quattro anni dopo il socio tedesco esce, e gli italiani si tengono il suo marchio. Poi la parte che quasi nessuno racconta: gli anni in cui l'azienda va all'estero e compra. Il pareggio di bilancio nel 1985, la joint venture paritetica nel Regno Unito nel 1986, Astra a Piacenza a metà anni Ottanta, il sessanta per cento di ENASA con il marchio Pegaso nel 1990 e gli stabilimenti di Barcellona, Valladolid e Madrid, Seddon Atkinson nel 1991. Oltre ottomila miliardi di lire di ricavi nel 1989, e la leadership europea. Nel mezzo il Daily del 1978 — diciassette metri cubi, due metri e dieci di altezza interna, oltre tre milioni di esemplari secondo l'azienda — e cinque Truck of the Year in ventiquattro anni. E infine i conti di oggi. L'offerta vale 3,82 miliardi di euro a 14,10 euro per azione, tutta in contanti, con l'obiettivo dichiarato del delisting da Euronext Milan. La divisione Difesa non è nel perimetro indiano: è andata a Leonardo, closing il 18 marzo 2026, un miliardo e sette di valore d'impresa e un miliardo e sei effettivamente pagati. Il governo italiano ha approvato la vendita esercitando il golden power con prescrizioni scritte — sede strategica a Torino, livelli occupazionali, nessuna vendita degli stabilimenti, ricerca e sviluppo in Italia. Ma quelle prescrizioni non possono estendersi alle future scelte di fornitura, ed è lì, nella componentistica, che sta il rischio vero. 🎧 Marchio Italiano è anche un podcast: ogni nuova puntata esce lo stesso giorno su Spotify, Apple Podcasts, Amazon Music e su tutte le principali piattaforme.▶ Spotify: https://open.spotify.com/show/7AZ6BUG0Vlrr8SOzSalskF▶ Apple Podcasts: https://podcasts.apple.com/it/podcast/marchio-italiano/id6813547050▶ Amazon Music: https://music.amazon.it/podcasts/0db5cb7a-9dd7-4bb7-a8ee-9a7124af494c/marchio-italiano Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Temi trattati: Iveco, Eurocargo, Turbostar, Om Brescia, Bruno Beccaria, Magirus, Pegaso Enasa, Seddon Atkinson, Ashok Leyland, Giorgio Garuzzo. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    1 hr and 20 min
  • Galbani — I Formaggi Italiani sono Francesi
    6 Oct 2026
    Apri il frigorifero di casa tua e leggi i nomi sulle confezioni. La mozzarella Santa Lucia. Lo stracchino Vallelata. Il Bel Paese. Il formaggino Invernizzi. Il taleggio Cademartori. Il pecorino Locatelli. Il latte Parmalat. Sono sette marchi italianissimi, quelli che comprava tua madre e che compri anche tu. Appartengono tutti alla stessa azienda, e quell'azienda è francese. In questo episodio ricostruiamo per intero come è successo, senza scorciatoie e senza allarmismi. Perché il fatto scomodo è che nessuno ci ha rubato niente: ogni singolo marchio è stato venduto, da chi lo possedeva, a un prezzo concordato. E in metà dei casi chi vendeva non era nemmeno italiano. Nel primo capitolo, i pionieri: la Valsassina sopra Lecco, dove le grotte naturali stanno tutto l'anno fra i cinque e i sette gradi. Lì, nel 1860, nasce la Locatelli; nel 1882 Egidio Galbani, figlio di un fabbro, mette in commercio una robiola pensata per battere i formaggi molli francesi che invadevano il mercato italiano, e nello stesso anno Eugenio Cademartori comincia con il taleggio. Poi Melzo, il Bel Paese del 1906 col ritratto di Antonio Stoppani sull'etichetta, la società anonima del 1920, l'uscita del fondatore nel giugno 1926 e la revoca a verbale del 7 ottobre 1928. E il miracolo economico: il frigorifero che passa dal 3% delle case italiane del 1955 al 94% del 1975, Carosello, "Galbani vuol dire fiducia", la Santa Lucia del 1956, Romeo Invernizzi e Susanna Tuttapanna, la mucca del formaggino Milione che ebbe tanto successo da diventare lei stessa un formaggio. Nel secondo capitolo, le mani che passano: la Locatelli venduta a Nestlé nel 1961, il buco nero del 1974 — la Galbani ceduta a quattro finanziarie fra Lussemburgo e Liechtenstein dai proprietari ignoti, per quindici anni senza un padrone conosciuto —, la Invernizzi a Kraft nel 1985, IFIL e Danone nel 1989, il leveraged buy out di BC Partners del 2002 spiegato semplice. E Laval 1933: i Besnier, il gruppo che nel 2024 ha superato i 34 miliardi di dollari di ricavi e non è quotato in Borsa, il miliardario invisibile, la raccolta dei marchi italiani fino alla Galbani del gennaio 2006, comprata in quindici giorni. Nel terzo capitolo, il banco frigo francese: Parmalat 2011, costata 3,745 miliardi di euro, il decreto anti-scalate che non fermò nulla, l'operazione LAG con il suo esito giudiziario esatto, il delisting da Piazza Affari il 5 marzo 2019. Il contesto — Buitoni e Perugina, San Pellegrino, Star, Peroni — e la fotografia di oggi: 3,3 miliardi di fatturato in Italia, 30 stabilimenti, oltre 5.300 dipendenti, circa 1,3 miliardi di litri di latte italiano comprati ogni anno. E quello che nessun contratto può spostare: le DOP, legate alla terra per legge. Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Temi trattati: Galbani, Santa Lucia Mozzarella, Vallelata, Invernizzi, Locatelli Formaggi, Cademartori, Taleggio Valsassina, Lactalis, Emmanuel Besnier, Famiglia Besnier. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    1 hr and 17 min
  • Telemontecarlo — La Rete che Non Diventò la Terza
    5 Oct 2026
    Per ventisei anni una delle reti nazionali italiane ha dovuto mandare il proprio segnale fuori dall'Italia, farlo salire su un trasmettitore in territorio francese sopra il Principato di Monaco e poi riportarlo indietro. Non era un problema tecnico: era l'unico modo per restare, sulla carta, una televisione straniera. E quello status era il suo intero vantaggio competitivo — il colore prima della televisione di Stato, le dirette nazionali negate alle private italiane fino al 1991. Con tutti questi vantaggi non è mai arrivata a contare davvero. Télé Monte-Carlo nasce nel 1954 nel Principato di Monaco e trasmette in francese; la costola italiana va in onda il 5 agosto 1974, un mese dopo la sentenza numero 225 della Corte costituzionale che legittima i ripetitori dei segnali esteri. La società si chiama TVI - TV Internazionale: il marchio Tele Monte-Carlo non le appartiene, ed è il seme dell'ultimo atto. Poi i padroni, quattro in venticinque anni, e nessuno che faccia televisione generalista di mestiere. Nel 1982 entra la televisione di Stato col cinquanta per cento, non per il palinsesto ma per sottrarre un satellite a un concorrente. Nel 1985 arriva Rede Globo, che le mette addosso il logo di un altro mercato, e l'archivio dei primi undici anni resta a Groupe TF1, dov'è ancora oggi. Nel 1990 la legge Mammì le dà la concessione nazionale e nello stesso mese passa alla Montedison. Nel 1995 viene venduta per settantacinque miliardi di lire: cinque anni prima lo stesso gruppo aveva valutato novantasette miliardi il solo quaranta per cento. Poi il terzo polo di Vittorio Cecchi Gori: l'asta del calcio vinta con seicentoquindici miliardi e perduta per delle fideiussioni bancarie non consegnate in tempo, e il cinema cartolarizzato per seicento miliardi per tenere in piedi la televisione. E infine Seat Pagine Gialle, la convergenza, il cambio di nome in LA7 che lascia lo share dov'era, e l'operazione con Cairo: un milione di prezzo, ottantotto milioni di cassa in dote, il ritorno all'utile in poco più di un anno. 🎧 Marchio Italiano è anche un podcast: ogni nuova puntata esce lo stesso giorno su Spotify, Apple Podcasts, Amazon Music e su tutte le principali piattaforme. Cercaci e premi segui. Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Temi trattati: Telemontecarlo, Tmc, La7, Monte Agel, Tvi Tv Internazionale, Vittorio Cecchi Gori, Videomusic, Rede Globo, Montedison, Gruppo Ferruzzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    1 hr and 24 min
  • Pininfarina — Vestì le Ferrari, Venduta agli Indiani
    3 Oct 2026
    Nel settembre del 1999 un'azione Pininfarina valeva 56,31 euro. Sedici anni dopo la famiglia l'ha ceduta al gruppo indiano Mahindra a 1,10 euro ad azione: meno 98 per cento. E la cosa che non torna è che in quei sedici anni la Pininfarina non aveva smesso di essere brava. Continuava a disegnare Ferrari, continuava a vincere premi, continuava a essere il nome più prestigioso del design automobilistico mondiale. Era il mestiere che stava morendo sotto di lei. In questo episodio ripercorriamo tutta la storia della Pininfarina. Battista "Pinin" Farina, nato a Cortanze nell'Astigiano il 2 novembre 1893, decimo di undici figli, con la sola licenza elementare. Il no a Henry Ford a Detroit nel 1920. La Società Anonima Carrozzeria Pinin Farina fondata a Torino, in corso Trapani 107, il 22 maggio 1930, con i soldi di una zia della moglie e la firma di Vincenzo Lancia sull'atto. Il paradosso più grande del design italiano: Battista Farina non ha mai disegnato un'automobile, sceglieva fra le tavole dei suoi figurinisti. La Cisitalia 202 del 1947, esposta al MoMA di New York nel 1951 e acquisita nella collezione permanente nel 1972 come prima automobile della storia. Il pranzo di Tortona del 1951 con Enzo Ferrari e l'inizio di un rapporto durato quasi settant'anni e più di cento modelli. E le 27.000 Alfa Romeo Giulietta Spider che trasformarono una bottega in un'industria. Nella seconda parte, l'età dell'oro. Il Duetto che nel 1967 conquista Hollywood con Il Laureato di Mike Nichols e Dustin Hoffman. Sergio Pininfarina, ingegnere, presidente di Confindustria e senatore a vita. La Dino Berlinetta Speciale, Leonardo Fioravanti e la Daytona, il concept Modulo di Paolo Martin, la galleria del vento di Grugliasco del 1972, la prima in Italia per le autovetture. Le berline Peugeot disegnate a Torino dal 1951, la Ferrari Testarossa del 1984 che diventa la co-protagonista di Miami Vice, la F40, l'Alfa 164, il treno ETR 500. La quotazione in Borsa del 1986, il ponte aereo dell'Allanté — le scocche volate da Torino a Detroit sui Boeing 747, più di 21.000 in sei anni — e il massimo storico di 56,31 euro nel settembre 1999. Nella terza parte, il conto. I pianali modulari che permettono alle case di fare in casa anche le auto di nicchia, la fine dell'assemblaggio conto terzi, la morte di Andrea Pininfarina il 7 agosto 2008, la dismissione produttiva del 2011 con 127 dipendenti in mobilità, la fine di Ghia, Vignale e Bertone, la fine della collaborazione con Ferrari e la cessione a Mahindra del 14 dicembre 2015 a 1,10 euro ad azione. Fino a oggi: Automobili Pininfarina e la Battista da 1.900 cavalli, gli interni dello Juventus Stadium, la torre di controllo dell'aeroporto di Istanbul firmata con AECOM, e una Pininfarina S.p.A. che nel 2025 ha fatto 103,6 milioni di ricavi con 498 dipendenti, disegnando architettura, interni, treni e aerei. Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Temi trattati: Pininfarina, Cisitalia 202, Ferrari Testarossa, Ferrari Daytona, Alfa Romeo Duetto, Lancia Gamma, Ferrari F40, Design Automobilistico Italiano, Carrozzieri Torinesi, Galleria del Vento Grugliasco. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    1 hr and 19 min
  • De Tomaso — L'Argentino di Modena
    2 Oct 2026
    Nel giro di pochi anni un argentino arrivato a Modena senza una fabbrica si ritrovò in mano la Maserati, l'Innocenti, la Benelli e la Moto Guzzi. Quattro marchi storici italiani, tutti insieme. E in nessuno di quei quattro casi i soldi erano suoi. In questo episodio ripercorriamo tutta la storia di Alejandro de Tomaso, nato a Buenos Aires il 10 luglio 1928 e morto a Modena il 21 maggio 2003. Il nonno emigrato dall'Italia che in Argentina passa da muratore a imprenditore, il padre più volte ministro, l'arrivo in Italia nel 1955 e la scelta di Modena. Due Gran Premi del mondiale di Formula 1 e zero punti. L'incontro con l'ereditiera e pilota americana Isabelle Haskell. La fondazione dell'azienda nel 1959, con la maggior parte del capitale messa dal cognato Amory Haskell junior. La Vallelunga del 1963 in una sessantina di esemplari, il telaio a trave centrale, la rottura con Carroll Shelby e la Mangusta del 1966 — la mangusta è l'animale che ammazza il cobra. L'acquisto della Carrozzeria Ghia nel 1967 e la presidenza della Vignale dal novembre 1969. E la Formula 1 del 1970 con la squadra di Frank Williams, chiusa per sempre dopo il Gran Premio d'Olanda in cui perse la vita Piers Courage. Nella seconda parte, il metodo. Nel 1971 la Ford diventa azionista di maggioranza della De Tomaso — le fonti indicano una quota attorno all'84% — e la Pantera con il V8 Cleveland viene venduta negli Stati Uniti attraverso i concessionari Lincoln-Mercury: 6.128 esemplari prodotti a Modena fra il 1971 e il 1973, dieci vetture al giorno assemblate alla Vignale. Poi la crisi petrolifera, la vendita di Ghia e Vignale alla Ford nel 1973, la fine dell'accordo e la Vignale che chiude nel dicembre 1974. Le berline di lusso Deauville e Longchamp, 244 e 409 esemplari. E il cambio di mestiere: da costruttore a compratore. Benelli, Moto Guzzi nel 1973, la Maserati nell'agosto 1975 con la finanziaria pubblica GEPI e una quota del 30%, l'Innocenti nel febbraio 1976 con un piano da 80-100 miliardi di lire in larga parte pubblici. Nella terza parte, il conto. La condivisione delle piattaforme, la Quattroporte terza serie del 1979, la Maserati Biturbo del dicembre 1981 e le circa 40.000 vetture vendute, con il picco di 4.200 nel 1984. Il tre cilindri Daihatsu sulla Mini di Lambrate. L'amicizia con Lee Iacocca, l'incontro romano con Giulio Andreotti e la Chrysler TC by Maserati arrivata con cinque anni di ritardo. L'accordo con la Fiat del dicembre 1989, il 31 marzo 1993 con circa mille lavoratori fuori dallo stabilimento di viale Rubattino, l'ictus dello stesso anno, la Guarà, la liquidazione del 2004 e la vendita del marchio a una società di Hong Kong nel 2015 per 1.050.000 euro. Fino a oggi: la P72 in 72 esemplari, assemblata in Germania. Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Temi trattati: De Tomaso, Pantera Ford, Maserati Biturbo, Maserati Quattroporte, Storia Maserati, Carrozzeria Ghia, Carrozzeria Vignale, Gepi, Politica Industriale Italiana, Lee Iacocca. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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